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Javier Pastore, chi l’ha visto? Sulle orme di Renato

Javier Pastore è ormai una sorta di entità astratta nella Roma. In tre stagioni, circa trenta presenze per l’argentino, quasi un calciatore da “Chi l’ha visto?”.

Nella Roma che oggi espleterà la formalità dell’Europa League (a meno di un miracolo colossale saluterà la competizione) c’è un calciatore che è diventato un mito al contrario. Javier Pastore è praticamente una sorta di entità astratta, quasi un calciatore scomparso dai radar.

E, ovviamente, non è l’idolo dei tifosi, anzi. Ormai Javier Pastore è usato come un termine di paragone, come una metonimia. Prendendo una brutta scia, ovvero entrare quasi di diritto nella collezione dei calciatori più sbeffeggiati in giallorosso.

Togliendo la categoria dei portieri, su cui la Roma potrebbe scrivere dei manuali per la capacità di complicarsi la vita, quella di Javier Pastore sta diventando una storia sempre più paradossale.

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In Argentina aveva mostrato cose discrete con Talleres e Huracan, a Palermo era maturato grazie al buon occhio di Maurizio Zamparini. Che esonerò Serse Cosmi solo per aver messo Pastore in panchina nel derby contro il Catania, tanto per far capire qual era la stima del patron verso il trequartista argentino.

Poi la cessione al Psg, una prima stagione fulminante, le altre sei a tirare quasi la carretta. Infine l’arrivo a Roma, datato estate 2018: un contratto da quattro milioni e mezzo l’anno, secondo i dirigenti doveva essere una sorta di Totti del futuro. Non proprio azzeccata questa previsione.

Sulla scia dei “bidoni” per eccellenza

Javier Pastore è ormai una sorta di fantasma all’Olimpico – Getty Images

Pastore nella prima stagione romanista ha infilato 14 presenze in Serie A con tre gol, e una mania particolare per i colpi di tacco. Come se il suo repertorio iniziasse e finisse lì: fin quando si fanno gol va tutto bene, ma poi la cosa alla lunga stanca. Nella seconda stagione a referto sono arrivate solamente undici presenze in campionato, in quest’annata le contiamo sulle dita di una mano.

Pastore, così, è diventato un metro di paragone, quasi un nuovo modo di definire qualcuno a Roma. E molti tifosi richiamano alla mente altri centrocampisti non proprio eccezionali con la maglia giallorossa. Per chi ha più memoria storica, ecco subito i vari Andrade e Renato Portaluppi, arrivati a miracolo mostrar e rispediti al mittente senza troppi rimpianti, con tanti sberleffi inclusi nelle curve senza dubbio epici (fra i tanti: «A Renato ridacce Cochi»).

Negli anni ’90 Wagner fu l’esempio di giocatore non proprio al top, Zeman addirittura gli impose un silenzio stampa ad personam. In una rosa che contò, poi, in difesa Cesar Gomez, e in attacco Bartlet e Fabio Junior, ce n’era per tutti i gusti.

Pastore, che i piedi buoni li ha, ora ha un finale di stagione, un tempo abbastanza breve, per fare qualcosa e non entrare in questa classifica tutt’altro che edificante.

Published by
Massimo Maneggio