George Weah, il pallone d’oro africano diventato presidente: una vita da record

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George Weah riceve il pallone d'oro. (Getty Images)

George Weah, dallo strepitoso gol al Verona con il Milan al Pallone d’oro. Una vita fra calcio e politica che lo ha portato a diventare il presidente della Liberia. 

Una vita fra calcio e politica, fra sconfitte ed importanti vittorie. George Weah non è stato solo l’idolo dei tifosi del Milan, ma un uomo prima ancora che un calciatore, capace di entusiasmare con colpi da genio, e con il sorriso sul volto. Nei primi anni ’90 era già considerato uno dei migliori attaccanti in giro per l’Europa, e la sua formazione extracampo, che lo portò anche a laurearsi in arte e amministrazione sportiva, fece di lui un calciatore apprezzato in ogni squadra. Fu il Monaco a scoprirlo, e il Psg a farne successivamente un simbolo. Poi il passaggio al Milan e una storia ricca di successi e grandi gol.

Fu emblematico il coast to coast in occasione del match fra i rossoneri e il Verona. Weah mandò a vuoto sette avversari in 14 secondi percorrendo 85 metri, e con lucidità superò il portiere per il gol più bello della stagione 95-96. Fu una delle reti più entusiasmanti per gli appassionati di calcio e fece esultare Berlusconi. “Credo sia il gol più bello che io abbia mai visto” sottolineò il numero uno del club. Grazie al suo score il Milan conquistò due scudetti, e il calciatore fu nominato “Pallone d’oro” nel 1995.

Un’assegnazione storica, perché il liberiano è l’unico calciatore africano ad aver vinto il prestigioso premio. Dopo l’avventura In Serie A ci fu il passaggio in Inghilterra con Chelsea prima e Manchester City poi, ma una carriera giunta alle battute finali, e il conseguente ritorno in Francia all’OM, gli aprirono le porte per una nuova avventura. Forse più avvincente, di sicuro ancora più importante di quella pur brillante da calciatore.

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Weah, il Milan e la politica: storia di un vincente che ha fatto innamorare gli italiani

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George Weah, dal calcio alla politica. E’ il presidente della Liberia (Getty Images)

George Weah è un vincente. Lo è stato in campo, lo è in politica, ma per sua stessa ammissione ha sempre dovuto assaporare le sconfitte per far strada. Gli italiani si innamorarono di lui. Imparò a parlare una lingua espressa a modo suo, con autoironia, e divenne anche testimonial di un famoso spot, con quel “tutto bene?” che entrò di diritto nello slang dei giovani del tempo. Le sue frasi però non furono mai banali. Come quando disse alla stampa che “al Milan in molti non si fanno i fatti loro”, pronunciando una parolaccia in un italiano tutto suo.

Dal calcio alla politica il passo fu breve ma da protagonista. Era il 2004, e dopo aver ricevuto il premio di calciatore fra i 100 più influenti della storia, si candidò alla carica di Presidente della Repubblica alle elezioni in Liberia. Fu sconfitto da Sirleaf, e nel 2011 perse ancora come candidato vicepresidente. Weah non ha mai mollato il suo impegno politico a sostegno della sua nazione e dei diritti dell’Africa, e finalmente nel 2017 è diventato Presidente della Liberia superando l’altro candidato Boakai.

In quella occasione fu celebrato da Maldini e Desailly, suoi ex compagni che lodarono la caparbia e l’impegno dell’ex attaccante. Anche Baresi non ha mai dimenticato un compagno di spogliatoio inserito dal difensore fra i migliori 11 nella sua esperienza rossonera.

L’impegno politico lo ha portato a sostenere in tutti i modi i diritti dell’Africa. Lo fece anche nel 1998, quando insieme ad altri volti noti come Taribo West, Ba, Kallon, Oman-Biyik e Phil Masinga, incise insieme al cantante nigeriano Frisbie un album musicale i cui proventi furono devoluti all’Unicef. Musica, calcio, politica ma anche religione. Weah si converti all’Islam a metà degli anni ’90. Poi la morte della nonna che fu un trama forte, una nuova riconversione al cristianesimo e le preghiere in mezzo al campo prima e dopo ogni partita. Un talento puro, pulito. Un vincente in campo e fuori. Weah resterà sempre un uomo e un calciatore fra i più apprezzati dai tifosi italiani.