Proprietà longeve, l’Italia è ancora in … bianco e nero

Le proprietà più longeve in Italia hanno i colori bianconeri. Due casi spiccano in Italia per affezione alla squadra, che rimane praticamente un bene di famiglia.

Andrea Angelli - Getty Images
Tradizionale secolare per gli Agnelli alla Juventus in pratica – Getty Images

Il modello di cooperazione o quello all’europea con i trust non coinvolge le proprietà più longeve. Nel calcio italiano, con società che in media cambiano assetto societario con buona frequenza, ci sono ancora delle rarità da osservare. Curiosamente le proprietà più longeva amano il bianco e il nero, i colori classici che rispecchiano anche il calcio di un tempo. Anche se, spesso e volentieri, questi due colori sono mixati a tanti altri: le seconde maglie variopinte sono un’offesa ai cultori della tradizione.

Lo sa bene la Juventus, che con Andrea Agnelli ha intrapreso un nuovo corso basato più sul modello da grande azienda che non sul pensiero da provinciale. Un cambio di passo epocale, rispetto ai tempi del nonno, l’avvocato con più potere in Italia senza aver mai esercitato la professione. Gianni Agnelli era il simbolo di un’Italia negli anni del boom economico, ma il suo presidente juventino era Gianpiero Boniperti. Che mostrava ai calciatori tiretti vuoti e ricordava loro le sconfitte degli anni prima, per farli rinnovare alle sue condizioni. In questo, sarebbe epocale ma irreale un ritorno al passato: la Juventus attuale elargisce stipendi onerosi a gente che in campo rende poco o nulla.

I Pozzo come tradizione

Pozzo e Di Natale - Getty Images
Tra le proprietà più longeve in Italia c’è quella dell’Udinese – Getty Images

Tra le proprietà più longeve c’è quella dei Pozzo con l’Udinese. Presa nel 1986, nell’epoca del miglior calcio italiano mostrato agli occhi della gente. Erano tempi belli ma anche complicati, i Pozzo comprarono una squadra che si era privata di Zico e aveva altri problemi cui pensare.

Per i primi dieci anni di proprietà, sicuramente molti i problemi cui ovviare con un ascensore tra Serie A e Serie B che avevano relegato l’Udinese a essere una classica squadra salvezza senza grandi ambizioni.

La svolta arrivò nel 1995 con il ritorno nella massima serie e la panchina affidata ad Alberto Zaccheroni. Che in tre stagioni portò un calcio spettacolare grazie anche ai gol di Oliver Bierhoff e ai talenti che l’Udinese reperiva in giro per il mondo.

Incassi e risultati, partecipazioni in Europa sino poi a toccare la vetta della Champions League con il quarto posto del 2005. E una kermesse nei gironi, eliminata solo dal Barcellona. Meno fortunate le altre due esperienze nella Coppa Campioni, tolta di mezzo agli spareggi dall’Arsenal (e ci sta) e dal Braga, con il rigore sciagura di Maicosuel come simbolo del dramma sportivo.

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L’Udinese, così come la Juventus, ha uno stadio di proprietà e si è resa protagonista di iniziative per sensibilizzare sull’opinione pubblica. Perché anche nella lotta al covid, c’è chi ha dimostrato classe e signorilità.