Gestire campi da calcio nell’era Covid: botta e risposta con Luca Kaboli

Campo di calcetto
Campo di calcetto (Getty Image)

Un botta e risposta con Luca Kaboli sulla sua esperienza da gestore di campi da calcio in epoca Covid, e sulla riapertura allo sport.

Luca Kaboli, cittadino italiano nato in Iran nel 1976, da anni gestisce un centro sportivo a Bologna. Nel 2010 è diventato socio del circolo K.L. Sports all’interno del parco del Dopolavoro Ferroviario dove si affittano campi da tennis e calcio a 5. Dal 2017 è entrato a far parte della Gioka S.r.l., società che si occupa dei campi da calcio a 7 e della Beach Arena sempre all’interno del parco del DLF.

A Luca abbiamo fatto qualche domanda sulla gestione dei campi da calcio in tempi di Covid, sui reclami alla politica, e sulla nuova riapertura dei centri sportivi. Interrogativi alla quale lui ha risposto da imprenditore, e da uomo.

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La crisi Covid nello sport e gli aiuti dello Stato

Campo a 7 DLF
Il campo da calcio a 7 gestito da Luca Kaboli, Parco DLF, Gioka, Via Stalingrado 12, Bologna, Italia.

Come avete affrontato questa crisi Covid?

«La crisi l’ho vissuta male come tutti, ma non tanto per motivi economici. Ho due figli piccoli (3 e 6 anni) quindi il calvario è stato quello di tutte le famiglie, blindati in casa prima, e con la DAD dopo, senza un giardino tra l’altro dato che viviamo in centro Bologna».

«Dal punto di vista economico, con il circolo rimasto chiuso per alcuni mesi, solo il tennis ci ha tenuto a galla; non essendo uno sport di contatto e con un rischio quasi nullo di contagio, era possibile a certe condizioni far giocare gli agonisti anche in zona arancione, o addirittura rossa. Inoltre il nostro locatore si è dimostrato comprensivo per quanto riguarda le spese di affitto facendo a sua volta un sacrificio. Questo ci ha permesso di limitare le perdite, che ovviamente ci sono state, e non poche, ma che senza un aiuto essendo noi una struttura “grossa” e quindi con un affitto alto sarebbero state altrimenti inaffrontabili».

Quale supporto avete ricevuto dallo Stato?

«Gli aiuti dello Stato e del Comune di Bologna per una società sportiva grande come la nostra sono risultati quasi irrilevanti: il contributo del Ministero dello Sport parametrato sulle spese di affitto, ci è stato negato perché rivolto alle locazioni, mentre noi abbiamo un contratto di affitto di azienda. Il Ministro Spadafora promise di correggere l’anomalia, ma poi è caduto il governo, e la nuova amministrazione diciamo che fino ad ora si è interfacciata poco con il mondo sportivo di base e non sappiamo ancora che intenzioni abbia».

«È andata meglio ai nostri collaboratori di segreteria e ai manutentori, i primi essendo pensionati o facendolo come secondo lavoro se la sono cavata bene, mentre chi è assunto come lavoratore subordinato ha usufruito dei relativi ammortizzatori sociali».

«Diciamo che intorno a me vedo realtà sportive e altre categorie molto più penalizzate, che vivono situazioni preoccupanti, quasi prossime al collasso. Noi perlomeno siamo sopravvissuti e stiamo riaprendo. Altri credo abbiano più diritto di me di lamentarsi».

I consigli a Draghi sullo sport e i reclami alla classe politica

Hai consigli da dare a Draghi sulla gestione dei centri sportivi?

«Alla politica inutile chiedere. Oramai la politica italiana è frustrante, come del resto dimostra il tasso di astensionismo a quelle poche consultazioni elettorali disponibili. Tutti chiedono soldi. I ristori sono irrisori e la gente è stanca. Anche tra le categorie che hanno subito meno le restrizioni dal punto di vista economico si sente  una forte insoddisfazione».

«Non entro nel merito della pandemia e della relativa gestione, ma da una classe politica come la nostra in effetti non era lecito aspettarsi nulla di positivo. Inutile dire che alcune categorie hanno pagato molto più di altre e che non c’è stato un vero e proprio meccanismo di solidarietà tra chi ha avuto lo stipendio garantito e coloro ai quali è stato tolto. Chiudere il mondo dello sport, della ristorazione, dello spettacolo ed altri settori senza adeguati aiuti che consentissero almeno di far fronte alle spese di affitto e alle tasse è delinquenziale».

Reclami da fare alla classe politica?

«Lo sport in sé è stato fin troppo penalizzato. Non è stato minimamente tenuto conto dei vantaggi di uno stile di vita attivo, sano e corretto in tempi di pandemia; dell’aiuto dell’attività fisica nell’aumento delle difese immunitarie, e nel controllo di ansia e stress in un periodo come questo; del benessere psico-fisico, soprattutto per i bambini e per lo sport di base. Si è pensato a chiudere tutto e basta, anche dopo mesi dalla scoperta del Covid, quando i rischi di contagio, considerando i rigidi protocolli imposti dal governo a centri sportivi e palestre, potevano essere quasi inesistenti».

«Come successo anche in epoca pre-Covid, si preferisce chiudere piuttosto che controllare e punire chi non si attiene alle regole (vedi gli stadi di calcio quando gli ultrà creavano disordini). Ora c’è bisogno di aiuti economici sufficienti per evitare che le attività non chiudano, ma serve anche che si promuova decentemente questa ripartenza».

Quattro domande al volo sulla riapertura dei centri sportivi

DLF Bologna
Campo DLF di Bologna

Dal tuo punto di vista di gestore di campi da calcio, la nuova riapertura come la vedi?

«Finalmente scorgiamo una luce in fondo al tunnel, anche se resta alto il rischio di un’altra chiusura. Diciamo che rispetto alla prima volta siamo sì sereni, ma restiamo guardinghi».

E come padre di famiglia e cittadino invece, la nuova zona gialla come la stai vivendo?

«Mi manca la vitalità del mondo esterno. Programmare una vacanza, un concerto, un film al cinema, uno spettacolo per i bimbi. Sento una certa nostalgia del parlottio dei bar sotto casa, le cene con parenti ed amici. Ho scelto di vivere in centro perché amo avere gente intorno e questo mi sta mancando davvero tanto. La zona rossa semplicemente non è vita».

Hai avuto un boom di prenotazioni?

«Si. In questa prima settimana il telefono squilla in continuazione. Non sappiamo più dove far giocare la gente, complice anche il coprifuoco alle 22 e la conseguente limitata disponibilità dei campi».

Cosa ti è mancato di più del pallone?

«A me del calcio manca soprattutto il contatto con gli amici, le cene dopo la partita, le prese in giro. Come circolo abbiamo 3 squadre di calcio a 7, oltre che una a 5, sono tutti ragazzi in gamba, con alcuni c’è vera e propria amicizia. Tutti scelti prima di tutto per qualità umane. A livello amatoriale a vincere sono capaci tutti, meglio vincere meno ma condividendolo con persone che umanamente stimi o con cui c’è amicizia. Ormai non gioco quasi più anche se il pensiero di poter essere utile in campo mi stimola».