Lazio-Parma: un mercoledì da Operazione Nostalgia

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Tra le due compagini scatta spesso l'operazione nostalgia - Getty Images

 

Lazio-Parma andranno in campo con i ricordi dei tempi che furono. Arrivarono a un passo dall’essere le squadre migliori di Italia, poi crollarono.

Il match tra Lazio e Parma mette in scena l’album dei ricordi. Guardando al presente, forse, c’è poco da aggiungere su un incontro che verterà a senso unico. La Lazio andrà in campo con l’obiettivo dei tre punti come unico risultato possibile, il Parma darà qualche chance a giovani promettenti, senza dubbio più utili per la prossima Serie B.

Gara dall’esito scontato (a meno di flessioni biancocelesti), che rimanda praticamente a 20-25 anni fa, quando le due compagini erano agguerrite sia in Italia nonché all’estero, dove i trofei arrivarono con grande empatia.

Fu proprio il Parma a dare quel senso di libertà ed entusiasmo negli anni Novanta. Partita da neopromossa, raggiunse la qualificazione in Europa al primo anno, poi incominciò a vincere tornei in gran misura. Era una squadra più da coppa, in effetti, con il grande rimpianto dello scudetto.

Guardando ai calciatori arrivati a Parma c’è da meravigliarsi, perché una rosa con Veron, Almeyda, Coincecao, Crespo, Chiesa, Balbo, Thuram, Cannavaro e Buffon doveva vincere (almeno) uno scudetto. Vinse una Coppa Uefa nel 1999 con Alberto Malesani e quello fu il canto del cigno, come una Coppa Italia nel 2002. Ma aveva tanto da dare, quando ancora Tanzi era sulla breccia dell’onda.

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Parmalat e Cirio, un tonfo clamoroso

Luis Alberto vs Parma - Getty Images
Luis Alberto in Parma-Lazio anche un gol per lui all’andata – Getty Images

Se i destini del Parma e di Tanzi furono legati alla Parmalat, quelli della Lazio e di Cragnotti si conclusero con la Cirio, e con una squadra presa per i capelli poi da Lotito.

Ma prima del presidente con la vocazione al latino, la Lazio era diventata anche una compagine di peso. Che spesso prendeva calciatori proprio dal Parma, e raggiunse lo scudetto del 2000 all’ultima giornata.

Vincere uno scudetto nell’anno del Giubileo fu visto da molti come un segno divino, in effetti vincerlo dopo quello che accade a Perugia ha poco di logico e molto di innaturale.

Quella Lazio era arrivata a un livello tale di gioco che poteva concedersi di tutto. Eriksson aveva l’imbarazzo della scelta, tanto da poter mandare qualche big in panchina come Mancini.

Vinse in Italia, e anche in Europa, strappò una Supercoppa Europea al Manchester e una Coppa delle Coppe (l’ultima di sempre) con una rosa di grandissimo valore.

Uno dopo l’altro, però, i campioni andarono altrove, prima Nedved alla Juventus, poi Nesta al Milan fu il segnale che stava finendo il sogno e rimanevano solo le briciole.

Anni poi di ansie, a un passo dal crollo ma di risalita (nel caso della Lazio). Perché tutto si può imputare a Lotito, ma non di non aver salvato una squadra a un passo dal baratro. Riportandola un po’ in alto.