Calcio, il 2020 degli addii: Maradona, Paolo Rossi, Corso e gli altri

rossi gol brasile
Paolo Rossi in azione in Italia-Brasile del Mondiale del 1982 (GettyImages)

Maradona e Paolo Rossi, Mario Corso e Ezio Vendrame, Michel Hidalgo e Gerard Houllier. La Spoon River del calcio si è inspessita in un 2020 segnato anche dai tanti addii.

Il crepuscolo dell’idolo. Diego Maradona ha cambiato il calcio e unito il mondo in uno stesso attonito dolore. E’ morto il più grande di tutti, poco dopo aver compiuto sessant’anni. “Se tu giocassi in cielo, morirei per venire a vederti” c’è scritto su un biglietto lasciato sulla porta di una clinica di Buenos Aires. Il Pibe de Oro aveva un estro unico e i difetti di tutti. “Ho paura sia finito come speranza di resurrezione” scriveva nel 1994 Manuel Vazquez de Montalban, dopo la sua squalifica per efedrina al Mondiale negli USA, “resterà solo come l’incarnazione dell’esempio di quel che che può capitarci per colpa della cattive compagnie”. Napoli gli ha intitolato, a tempo di record, lo stadio.

Napoli-Sampdoria, prima in Serie A allo stadio Maradona: un segno del destino
Napoli-Sampdoria, prima in Serie A allo stadio Maradona: un segno del destino

Il 2020 della pandemia per l’Italia del calcio si è chiuso con il dolore condiviso per la morte di Paolo Rossi. E’ il centravanti che ha incarnato uno spirito di rinascita quasi senza precedenti nell’estate del Mundial 1982.

L’Italia ci arrivava dopo la scoperta della prigione di Aldo Moro e l’uccisione ad aprile di Pio La Torre, segretario siciliano del PCI. Ma ci arriva anche cantando Felicità, inno al disimpegno firmato Albano e Romina Power arrivati secondi al Festival di Sanremo. Quella promessa, realizzata al Bernabeu davanti al presidente Pertini, sovrappone i simboli della nazionale ai suoi tifosi come mai prima e mai dopo. Il lutto per la sua morte è il dolore di tutto un popolo, che si è unito nel ricordo e nel sostegno all’iniziativa di dedicargli il premio per il capocannoniere della Serie A.

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Calcio, addio a Corso e Anastasi

L’anno era iniziato con l’addio a un centravanti di un’altra Italia che era stata capace di unire la nazione, quella campione d’Europa nel 1968 in un’altra stagione di tensioni a pochi mesi dagli scontri di Valle Giulia a Roma. E’ Pietro Anastasi, il falso nove prima che diventasse di moda.

E’ scomparso anche Ezio Vendrame, ala sinistra che scrive poesie perché gli serve per sopravvivere, amico del cantautore Piero Ciampi e nato nel paese di Pasolini. Giocò a Vicenza, Napoli e Padova negli anni Settanta. Ha coltivato un’immagine eccentrica, tutta estro e irriverenza, da soi-disant Best italiano.

Anarchico lo era anche Mario Corso, che Gyula Mándi, il CT di Israele, chiamava “piede sinistro di Dio”. Giocava con i calzettoni abbassati come Omar Sivori, aveva rapporti spigolosi con Helenio Herrera che però non poteva fare a meno di uno così. Risolveva le partite pensando fuori dagli schemi, accarezzando il pallone e disegnando punizioni che hanno scomodato Jacques Prévert e le sue foglie morte, che cadono a mucchi come i ricordi e i rimpianti.

Giocava ala sinistra, da numero 11, anche Pierino Prati, morto a 73 anni. Campione d’Europa a ventun anni, nel 1968, era il perfetto opposto di Corso. Giocava nel Milan, non aveva l’aria indolente ma una corsa travolgente, poderosa e generosa. E’ il primo italiano ad aver segnato una tripletta in una finale di Coppa Campioni, nel 4-1 all’Ajax nel 1969 spartiacque nella storia del calcio.

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La morte di Hidalgo e Houllier

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Nel 2020 è scomparso anche Michel Hidalgo, il ct che ha rigenerato il calcio francese tra gli anni Settanta e gli Ottanta, i migliori di Platini. “Gli anni di Hidalgo rimarranno segnati dalla trasformazione della Francia in quel paese di calcio che non era mai stato fino ad allora” ha scritto Vincent Duluc sull’Equipe.

Nel paradiso degli allenatori lo ha raggiunto Gerard Houllier, che come lui ha allenato la Francia dopo la fallimentare esperienza da ct di Platini. Ha fatto crescere Owen al Liverpool, e proprio dopo una sfida ad Anfield contro il Leeds nel 2001 ha incrociato la morte: salvato dopo la dissezione dell’aorta, sapeva di dover rubare ogni giorno a un destino segnato.

Valeva anche per Rob Rensenbrink, che ha contribuito alla storia dell’Olanda del calcio totale, ucciso dall’atrofia muscolare progressiva, la stessa malattia che ha colpito il fisico inglese Stephen Hawking.

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Calcio, addio a Charlton e Clemence

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Soffriva di una malattia neuro-degenerativa anche Jackie Charlton, campione del mondo nel 1966 con l’Inghilterra insieme al fratello Bobby e poi capace di farsi amare in Irlanda. Da ct, ha infatti guidato la nazionale a un Europeo (1988) e a due Mondiali (1990, 1994).

Nel 2020, è morto anche Peter Bonetti, votato miglior giocatore di tutti i tempi del Chelsea nel 1970, anno in cui è maturata però la sua fama di eterno secondo. Al Mondiale del Messico gioca una sola partita, quella che l’Inghilterra perde in rimonta da 2-0 contro la Germania Ovest. Di fatto, è stata la partita del secolo per un paio di giorni.

L’Inghilterra ha dato addio anche a Ray Clemence, il portiere del Liverpool che ha vinto tre Coppe dei Campioni e ha giocato con i Reds 336 partite di fila tra il 1972 e il 1978. In carriera, ha disputato oltre mille partite, ma appena 61 in nazionale, chiuso da Peter Shilton. È morto a 72 anni per un cancro alla prostata.